Tradurre è tradire. Ma c’è tradimento e tradimento

Traduzioni: ambito complesso dove è impossibile non tradire l’originale. Ma si può farlo anche con correttezza e rispetto

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Traduzione: nome ampio che contiene tante cose. Perché non esiste mai una e una sola traduzione, perché tradurre letteralmente spesso non si può (o sarebbe ridicolo farlo), perché il modo di tradurre è questione anche storica, perché dietro una traduzione c’è sempre un valoroso umano che fa scelte di lessico, stile, ritmo…

1) Ogni testo ha la sua traduzione

Premessa. Tutti i medici hanno un comune percorso di laurea ma poi si avviano ad una diversa specializzazione. Allo stesso modo per la traduzione non è sensato affidare ad un esperto di filosofia medioevale un manuale per macchine a controllo numerico. E nemmeno ricorrere ad un traduttore che si occupa di narrativa per la versione in italiano di un articolo di Science.

Oltre a “sapere la lingua” il traduttore deve essere competente nello specifico ambito in cui opera: per questo esistono traduttori formati (o che nel corso del tempo hanno maturato esperienza) in materie specifiche. Tornando al paragone con la medicina: c’è la laurea generalista ma poi pneumologo e ortopedico si formano (e operano) nella loro carriera in ambiti differenti.

2) La traduzione è questione storica

La battaglia di John Steinbeck: uno di quei testi che Bompiani, coraggiosamente, fece tradurre nel 1940. Il povero Steinbeck in Italia ha subito vicissitudini editoriali complicate.

Per citare due esempi famosi:

  • Furore (già esso stesso titolo-tradimento dell’originale The grapes of wrath), troncato in ampie parti, con le sgrammaticature limate e i dialoghi in cui scompariva la verità cruda del verbo originale per costruire una lingua “libresca”, magari più leggibile per il pubblico dell’epoca, ma certamente tradimento dello spirito del testo.
  • Uomini e topi che nella traduzione di Cesare Pavese toglieva parolacce e volgarità per passare i filtri della censura, alzava il tono letterario per non proporre una narrativa troppo “bassa” e imitativa della parlata dei braccianti. Gli insulti erano edulcorati (son of a bitch che diventa “carogna”), i termini volgari ammorbiditi (bitch che diventa “gatta”, ci chiediamo un diciottenne cosa possa capire leggendo “gatta”…), lavoranti che si danno del voi. Insomma quello che accade è che alla fine ci ritroviamo altre opere in mano (per fortuna Bompiani ha recentemente ritradotto sia Furore che Uomini e topi).

Torniamo ora a La Battaglia (anche qui titolo-tradimento di In dubious battle). L’inizio dell’originale è il seguente:

At last it was evening.

La traduzione di Eugenio Montale è la seguente:

Annottava, infine.

Possiamo già immaginare come proseguirà il tono della traduzione e quanto di suo ci metterà il grande poeta.

3) Le scelte di come tradire

Torniamo allo spunto di questo post. Sul numero de La Lettura del 10 dicembre c’è una bella intervista a Fabio Cremonesi, traduttore italiano di Kent Haruf. Cremonesi racconta della sua difficoltà ad interpretare un call presente nel testo originale, che poteva riferirsi a una telefonata ma anche a una visita di persona.

Morto Haruf, è il traduttore stesso che deve scegliere e prendersi questa responsabilità. Perché alla fine il vecchio motto che tradurre è una riscrittura è vero. Cremonesi sceglie “telefonata”, una decisione che comunque non cambierebbe lo spirito del libro che invece muta, anche considerevolmente, negli esempi riportati prima per Steinbeck.

Perché se possiamo dare per scontato che comunque tradurre tradirà l’originale, però possiamo cercare di tradire in modo “corretto”, mantenendo una forma di rispetto per il tradito e lo spirito di quello che ha scritto.